Two new studio visits available at 5e.centre.ch!

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In this video, James Bridle carries out research into an upcoming expedition to Uzbekistan, reading papers, watching maps, writing emails and reviewing data about bird flights.
James Bridle is a writer and artist working across technologies and disciplines. Their artworks have been commissioned by galleries and institutions and exhibited worldwide and on the internet. Their writing on literature, culture and networks has appeared in magazines and newspapers including Wired, the Atlantic, the New Statesman, the Guardian, and the Observer. New Dark Age, their book about technology, knowledge, and the end of the future, was published by Verso (UK & US) in 2018, and they wrote and presented New Ways of Seeing for BBC Radio 4 in 2019.

Petra Cortright takes us along a half an hour session of digital painting, generating colorful still lifes out of two prepared .psd files with dozens of layers, running automated scripts and doing some manual editing.
Petra Cortright is a contemporary artist whose multifaceted artistic practice stems from creating and manipulating digital files. Cortright’s digitally-conceived artworks physically exist in many forms – printed onto archival surfaces, projected onto existing architecture, or mechanically carved from stone. A notable member of what became known as the ‘Post Internet’ art movement of the mid-to-late-2000s with her YouTube videos and online exhibitions, Cortright later began to laboriously craft digital paintings by creating layer upon layer of manipulated images in Photoshop which she then rendered onto materials such as aluminum, linen, paper, and acrylic sheets. Cortright’s role as an artist is a blend of painter, graphic designer, editor, and producer; culminating in a singular artistic reflection of contemporary visual culture.

Il computer come studio d’artista. Valentina Tanni su Studio Visit

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“Oggi… computer e smartphone sono presenze ubique e centrali nelle vite di gran parte della popolazione; sono allo stesso tempo strumenti di lavoro, apprendimento, creazione, intrattenimento e comunicazione interpersonale. In questo quadro, naturalmente, non fanno eccezione gli artisti. E se tutti, indipendentemente dal medium d’elezione, si sono trovati a inserire una quota di screen-time nella routine quotidiana, per altri invece lo spazio dello schermo è diventato un prolungamento dello studio fisico, quando non la sua unica incarnazione. ” Valentina Tanni scrive di Studio Visit su Artribune, in un pezzo che include anche alcuni frammenti di un dialogo che abbiamo avuto via email. Lo includo in forma integrale qui sotto, a beneficio degli storici del futuro (❁´◡`❁)

Studio Visit – A curatorial project for the Centre d’Art Contemporain Genève

Exhibitions
Screenshot from Lu Yang’s Studio Visit. Courtesy the artist

I’m proud and happy to announce the launch of Studio Visit, my new curatorial project commissioned by the Centre d’Art Contemporain Genève for its online platform, the 5th Floor
Studio Visit invites artists to allow us an access to their desktop studio and their working process. “Why?” – you may wonder – “we haven’t seen but desktops along the last year; desktops with speaking faces in online classes, streaming conferences, TV programs; give us something real!” In Studio Visit, the desktop studio is shown off as the real space where an artist’s practice manifests. The focus is both on its furniture – files, tabs, programs – and on the artist at work – their favorite tools, their rhythm, their automatism, the way they find a balance between focus and distraction, between managing and creating, between online life and work. Half documentary, half performative, Studio Visit is a huge dive into an artist’s mind, and an effort to capture how artists are performing their daily routine in the here and now.

If Work Becomes Our Life. Interview on Domus

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Guido Segni, Demand Full Laziness, 2018 – 2023. Installation view, Hyperemployment, MGLC – International Centre of Graphic Arts, November 7, 2019 – January 19, 2020. Photo: Jaka Babnik. Archive: MGLC, Aksioma.

In this interview made by Bianca Felicori for Domus Magazine, we discuss about the evolution of work, the death of free time, the occupation of domestic space and other themes addressed in Hyperemployment, the book recently published by NERO as the final output of the Hyperemployment annual programme.

The interview is available in Italian as well. Here my favorite quote:

“If, right now, I’m doing this interview instead of playing with my kids, watching a movie or scrolling through Tik Tok, it’s not just because it helps me sell a book – it’s because it connects me to you, and potentially to other people; because it entertains me, it makes me feel accomplished and alive, an active member of a community; it makes me feel, with a little postmodern embarrassment, on a mission. If, after this work is over, we continue to “work”, it is because these ideals have survived.”

Hyperemployment – Post-work, Online Labour and Automation

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The Hyperemployment book is out! One year after the launch of the Hyperemployment programme, this precious tiny book co-published by Aksioma and NERO sums up the project and improves it with the help of new essays by Silvio Lorusso and Luciana Parisi, and a conversation between !Mediengruppe Bitnik and Felix Stadler (also available here).

Mediazione, presenza e pandemia

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Luciano Marucci mi ha fatto un’altra delle sue interviste fiume per Juliet, all’interno di una lunga inchiesta che sta conducendo dal titolo “Produzione creativa e identità”. Il pdf integrale è linkato qui sotto, seguito da una selezione di citazioni di cui vado abbastanza fiero. Buona lettura!

Luciano Marucci, “Produzione creativa e identità. Riflessioni sulla genesi e l’evoluzione (IV)”, in Juliet, n. 200, pp. 36 – 39.

Danilo Correale “Reverie, On the Liberation from Work” 2017, installata per la mostra “Hyperemployment”, a cura di Domenico Quaranta, International Center of
Graphic Arts, Ljubljana, 7 novembre 2019 – 19 gennaio 2020. Produzione: Aksioma – Institute for Contemporary Art, Ljubljana (ph courtesy Jaka Babnik)

“Nel 2020 la pandemia ha fatto della mediazione l’unica modalità possibile di fruizione: una condizione senza alternative. Questo sviluppo ha accelerato e in certi casi forzato la digitalizzazione, ma non può non indurci anche a un ripensamento del rapporto tra presenza e mediazione. Nella vita e negli affetti, l’esperienza forzata della distanza e della mediazione ci ha portato a ri-attribuire importanza alla presenza e al contatto: è inevitabile che questo accada anche nel campo delle esperienze artistiche. L’arte è già per sua natura mediazione, concrezione di un’idea in una forma, espressione di un contenuto attraverso un linguaggio specifico. La priorità, per me, resta sempre quella di presentarla come l’artista stesso l’ha concepita, nello spazio da lui scelto, rendendo invisibile la mediazione curatoriale. Viceversa, presentarla in un ambiente non suo (dallo spazio fisico alla rete, dalla rete allo spazio fisico), o attraverso modalità esperienziali che non appartengono all’opera originaria (la realtà virtuale, l’installazione multimediale) è un’operazione molto delicata che va curata con grande attenzione per evitare falsificazioni e tradimenti. In questo caso, la mediazione deve, a mio parere, essere visibile, e attribuita, in quanto vera e propria operazione autoriale: chi ne è responsabile? Il curatore? L’artista? È giunto il momento di dire che un quadro non è un file JPG, e che se voglio presentarlo in rete il modo deve essere conseguenza di una scelta consapevole, non di una convenzione prestabilita. A queste condizioni, sicuramente la mediazione può favorire un maggiore accesso, parola che preferisco a consumo.”

“Dobbiamo acquisire la consapevolezza, a tutti i livelli (individuale, istituzionale, scolastico) che la rete è ormai diventata il nostro spazio pubblico primario. La cultura digitale dovrebbe essere integrata nell’educazione civica. Non possiamo delegare la gestione di questo spazio pubblico alle community guidelines delle compagnie che ci permettono di accedervi, né ai criteri censori degli algoritmi e dei moderatori di contenuti.”

… oggi per me la vera sfida non sono la digitalizzazione e la virtualizzazione, ma la ricerca su nuove forme di presenza. È lì che dobbiamo settare il nuovo traguardo, mentre i tardivi della digitalizzazione arrivano a completare il vecchio circuito: nel generare contatto, socialità non mediata, coinvolgimento di tutti i sensi (non solo la vista e l’udito), nuove ritualità per lo spazio espositivo.”

Davanti alle tecnologie, siamo sempre le cavie di un esperimento di cui non conosciamo gli esiti. Ci vogliono anni perché venga introdotto un nuovo vaccino, ma ci tuffiamo in Tik Tok o Zoom senza una rete di protezione, e senza che nessuno possa veramente dirci quali saranno i loro effetti a lungo termine su di noi, e ancor più sui nostri figli o nipoti.”

Intervista con la New Media Art

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Curato da Marco Mancuso ed edito da Mimesis, Intervista con la New Media Art. L’osservatorio Digicult tra arte, design e cultura digitale è uno straordinario strumento di navigazione e di comprensione della pratica artistica contemporanea nel rapporto con la tecnologia e la ricerca scientifica a partire dall’esperienza dell’osservatorio Digicult. 486 pagine, il libro raccoglie testi critici e interviste di una quarantina di autori internazionali, e segue gli sviluppi della media art dal 2005 ad oggi. Ho avuto il piacere di contribuirvi con una vecchia ma ancora fresca intervista a UBERMORGEN (online qui) e l’onore di introdurre la sezione finale del volume, Culture e mercati. Qui di seguito trovate il mio contributo:

Domenico Quaranta, “Capitolo 10: Culture e mercati – Introduzione”, in Marco Mancuso (a cura di), Intervista con la New Media Art. L’osservatorio Digicult tra arte, design e cultura digitale, Mimesis, Milano 2020, ISBN 9788857569444, pp. 413 – 418

In un testo del 20161, il teorico dei media Jeoff Cox e il filosofo Jacob Lund affrontano la caleidoscopica nozione di “contemporaneo” e di “condizione contemporanea” mescolando vari punti di vista e approcci disciplinari. Il contemporaneo, secondo Cox e Lund, non è solo una categoria temporale (il tempo in cui viviamo), ma anche una categoria esperienziale, che identifica la nostra attuale relazione con il tempo, la storia e il futuro. Frutto di una globalizzazione accelerata, della diffusione del neoliberalismo e dell’influenza delle tecnologie dell’informazione, l’attuale versione del contemporaneo si differenzia da quella dei decenni precedenti. Il contemporaneo attuale vede una coesistenza e un intreccio di temporalità distinte, un “presente espanso” caratterizzato dall’estrema compressione spazio-temporale e dal costante senso di dislocazione prodotti da internet, e dall’esperienza del “near real-time” prodotta dall’interferenza tra il nostro modo di percepire il tempo e il modo in cui lo computano le tecnologie informatiche.

From Context to Content: On the Preservation of Net-based Art

Texts
Domenico Quaranta: From Context to Content

“From Context to Content: On the Preservation of Net-based Art” is a text commissioned for and published in Science and Art: The Contemporary Painted Surface, edited by Antonio Sgamellotti, Brunetto Giovanni Brunetti, Costanza Miliani and published by the Royal Society of Chemistry in 2020. Science and Art: The Contemporary Painted Surface consists of a series of chapters written together by scientists, art historians, conservators, curators and artists dedicated to conservation, execution techniques, languages and conceptual topics. The book largely covers execution techniques, material’s conservation and languages of artists, representative of twelve different countries, all protagonists of the development of innovative significant techniques and methodologies.

Science and Art. The contemporary painted surface

Science and Art: The Contemporary Painted Surface is available on Amazon and other bookstores. Alternatively, you can buy single chapters of the book here. Below you can find an abstract of my contribution, that can be bought in full following this link.

Fino a che non c’è collezionismo, la “conservazione del digitale” è una pura questione teorica. L’intervista di Armando Adolgiso

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Per la sua rubrica Cosmotaxi, Armando Adolgiso ha rivolto a me e a Valentino Catricalà qualche domanda sul libro Sopravvivenza programmata (Roma, Kappabit 2020). Il botta e risposta lo trovate qui sotto. Qui il pezzo originale.

Come nasce questo libro?

Quaranta – Nel 2016 l’Accademia di Belle Arti di Carrara, dove insegno, mi diede l’opportunità di organizzare una tavola rotonda di una giornata sulla conservazione dei nuovi media. Discutendone con l’allora direttrice Lucilla Meloni, decidemmo di mantenere uno spettro ampio, sia in termini cronologici – coprendo un arco che va dalla conservazione dell’arte programmata alle più recenti pratiche di arte in rete – sia in termini tematici e metodologici. Abbiamo discusso di teorie del restauro e di pratiche conservative, di opere d’arte e di archivi, di conservazione e di re-enactment. Non si pensava di raccogliere gli atti e fare una pubblicazione, ma evidentemente l’assenza assoluta di un dibattito critico e di pubblicazioni in lingua italiana su questo argomento era l’elefante nella stanza. Valentino Catricalà, uno dei relatori della giornata, ha avuto il grande merito di puntare il dito, e, nei mesi successivi, di darsi da fare per trovare un editore sensibile a queste tematiche, che abbiamo individuato in Kappabit di Marco Contini. Da quel momento è stata una strada in discesa, seppur con numerosi ostacoli. All’idea iniziale di raccogliere i contributi della giornata si è affiancata l’urgenza di tradurre in italiano alcuni testi seminali sulla conservazione delle nuove tecnologie, come l’intervento di Jon Ippolito (figura determinante per l’avvio del dibattito sulla conservazione dei “media variabili” in ambito museale nei primi anni Duemila) o quello più recente dell’artista Rafael Lozano-Hemmer, una sorta di tutorial su come l’arte digitale possa essere “preparata” per la conservazione; e la necessità, altrettanto urgente, di commissionare nuovi testi a pionieri e esperti internazionali.

“For net art, being on the web has always been the consequence of a choice of freedom, not an imposed condition.” Interview on Generazione critica

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In this recent interview I had for the online magazine Generazione Critica I discuss about the internet as a space of freedom vs confinement, net based galleries and shows, the success and failures of net based art. Available both in English and Italian.

“Like many other realities, in this time of lock-in and fear of human contact, the world of art has been forced to migrate online. Some have been content with putting things on their social media or live streaming on Instagram, Facebook and Youtube, or to further utilise their mailing list as a communication tool; the more adventurous organized online exhibitions, fairs and virtual viewing rooms. All of a sudden, the network has changed, from a place of communication and support to physical space, to the only possible space for the manifestation of art. Given the current circumstances, it was predictable that the artistic practices that had long ago chosen the network as their primary space of existence would find renewed interest. There is nothing wrong with that, a reinterpretation of the net art tradition might prove to be one of the positive aspects of this unfortunate period, and teach to the “non-native” arts something about this space. But describing net art as perfect for this moment of forced imprisonment on the screen and on the net is very dangerous, because it risks falsifying completely its nature and jeopardizing its understanding. For net art, being on the web has always been the consequence of a choice of freedom, not an imposed condition. We choose to make art on the net to explore new conditions, to be part of a community, to establish a direct dialogue with the spectator and with the public space of which we are part. That’s how it was in the Nineties, and continues to be today, but with differences. Think about Land art: it was, and in some ways still is, a refusal of the white cube and its implications, the search for huge spaces, the desire to leave a formal mark on the natural world and to create new spaces for relationships. But if, due to some cataclysm, the whole world of art was forced to leave the museums and galleries, and retreat to the Nevada desert, would they continue in the same way? Would we all become Land artists?”

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