Nella crypto giungla / In the Crypto Jungle su Inside Art

Texts

Before the summer, I’ve been interviewed by the Italian magazine Inside Art on topics related to my fresh book, Surfing con Satoshi. Arte, blockchain e NFT (Postmediabooks, Milano 2021). The interview is now available in printed form, in Italian and English (pdf scan here). Below, I’m releasing the full original text file for the sake of archiving.

inside art - in the crypto jungle

Francesco Angelucci, Fabrizia Carabelli, “In the Crypto Jungle”, in Inside Art, Issue 122, July 2021, pp. 58 – 67.

Insideart. Come è entrata la blockchain a far parte del sistema artistico e quali sono le tappe storiche fondamentali per capire come Everydays: The First 5000 Days di Beeple è stato venduto da Christie’s per quasi 70 milioni di dollari?

Questa è la domanda fondamentale di Surfing con Satoshi e ha richiesto 246 pagine per trovare una risposta adeguata. Com’è noto, la blockchain entra in gioco nel 2008, quando uno pseudonimo di nome Satoshi Nakamoto ipotizza un sistema di valuta elettronica decentralizzata e protetta da crittografia. L’obiettivo, ambiziosissimo, è quello di rimpiazzare completamente il sistema di credito tradizionale, fondato sulle valute nazionali e su intermediari a cui dobbiamo accordare una fiducia che la crisi finanziaria del 2008 ha messo irrimediabilmente in crisi. La risposta di Nakamoto è la creazione di una valuta (il Bitcoin) che si appoggia a una rete (la blockchain) in cui tutti i nodi sono paritari, e in cui i comportamenti onesti sono vantaggiosi, mentre la frode è sconveniente e impraticabile per design.

La blockchain non è altro che un database molto sicuro, concepito per transazioni finanziarie ma utilizzabile per mettere in sicurezza qualsiasi tipo di dato. Soprattutto con il lancio di Ethereum nel 2014 e l’introduzione degli smart contract – contratti tradotti in programmi che automatizzano gli accordi tra diversi tipi di soggetti – la blockchain si è aperta a innumerevoli applicazioni. A intuire per primi che la blockchain potesse essere utilizzata per costruire e certificare “scarsità digitale” sono stati l’artista Kevin McCoy e l’ingegnere Anil Dash, che nel 2014 hanno registrato quello che oggi è considerato il primo NFT (una piccola .gif animata di nome Quantum, che il 10 giugno Sotheby’s ha venduto per quasi 1 milione e mezzo di dollari). Ma quando il mondo dell’arte ancora sorrideva, è stato il mondo cripto a implementare (con progetti come Rare Pepe Wallet e Kryptopunks, 2017) piattaforme che consentissero di scambiarsi asset digitali la cui scarsità fosse certificata tramite blockchain. Il metodo è quello di creare un legame univoco tra un bene digitale, che esiste “off-chain” (di solito su internet o su un protolollo Darknet chiamato IPFS), e un “non fungible token” (NFT) registrato su blockchain: un gettone crittografico unico e non interscambiabile come i gettoni “fungible”, che sono le valute. A fine 2017 sono nate le prime piattaforme che consentivano di caricare e vendere le creazioni o proprietà degli utenti. A fine 2020 il volume delle transazioni era diventato così imponente da attrarre l’attenzione di Christie’s, che evidentemente vi ha visto l’opportunità di aprire un nuovo mercato dell’arte e di attirare un nuovo collezionismo con grande disponibilità economiche.

Tutto questo, tuttavia, non spiega ancora la vendita spettacolare di Beeple, ne costituisce solo la premessa. Nella possibilità aperta da Christie’s, il mondo cripto ha visto una straordinaria piattaforma comunicativa capace di rendere visibile la sua economia, e di dare statuto di realtà agli NFT. Dopo che qualcuno è arrivato a sborsare 69 milioni di dollari per un .jpg, pochi hanno osato mettere in dubbio la capacità degli NFT di rendere unico un file digitale; migliaia di artisti si sono riversati nelle piattaforme NFT, hanno vincolato a dei gettoni crittografici delle opere dotate di un valore reale, e si sono portati dietro alcuni dei loro collezionisti. I compratori dell’NFT di Everydays hanno convertito il token in un fondo di investimento, propagandando l’idea del collezionismo distribuito reso possibile dalla blockchain; Justin Sun, l’altro cripto-miliardario che ha perso quella partita, si è rifatto con un Picasso, che dopo l’acquisto ha immediatamente “tokenizzato”. Dietro ogni spettacolare vendita di NFT c’è sempre un’agenda dimostrativa, che sempre affianca a un motivo particolare quello generale di affermare il potere delle criptovalute.

Insideart. Crypto art è un termine relativamente recente che raccoglie al suo interno forme espressive anche molto diverse fra loro. Di cosa parliamo quando parliamo di crypto art? Qual è il suo destino nel mondo dell’arte? Se ne sentirà parlare ancora tra 20 anni?

In Surfing con Satoshi assumo una posizione molto dura nei confronti del termine Crypto Art. Allo stato attuale, il termine viene usato prevalentemente per indicare qualsiasi contenuto digitale associato a un NFT registrato sulla blockchain: un metodo di certificazione e di costruzione della scarsità, una modalità specifica di distribuzione dei contenuti che non può e non deve essere confuso con uno stile, un movimento o un medium. Insomma: per me la Crypto Art non esiste e spero che il mondo dell’arte abbandoni questo termine con la stessa rapidità con cui l’ha (incautamente) adottato. Il termine si rivela inconsistente sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista stilistico, sia per delineare i confini di una comunità. Nei marketplace degli NFT sono stati riversati miliardi di contenuti digitali che già esistevano identici su altre piattaforme e in altre economie, una tendenza destinata a crescere mano a mano che questo mercato si legittima e si stabilizza. Puoi fare un NFT senza nemmeno sapere che cos’è la blockchain, e senza riconoscerti in alcun tema, estetica o approccio che possa sembrare dominante in questi mercati.

Ma se volessimo a tutti i costi attribuire all’espressione “Crypto Art” un senso, direi che è quello di circoscrivere i contenuti e gli artefatti che piacciono ai cripto-collezionisti e si adattano alla loro agenda: che è, in ultima analisi, quella di bypassare il mondo dell’arte come sistema di attribuzione del valore, e di imporre la loro idea di arte con la forza bruta del denaro che sono disposti a investirci. In questo senso, la “Crypto Art” esiste eccome: la riconosciamo quando un illustratore di dubbio gusto senza alcuna presenza nel mondo dell’arte si colloca al terzo posto nella classifica degli artisti viventi più pagati al mondo, o in eventi come la recente asta di Sotheby’s , Natively Digital, in cui artisti digitali di lunga data vengono affiancati a sconosciuti emersi durante la febbre degli NFT, per essere sistematicamente – con poche eccezioni – surclassati da questi ultimi nelle vendite. La “Crypto Art” che emerge qui è un mondo inverso in cui un’opera di Pak vende a dieci volte il prezzo di un’opera di Casey Reas, una di Ryoji Ikeda a un terzo di un Autoglyph di Larva Labs, e una scultura del musicista Don Diablo a 25 volte un’opera di Simon Denny.

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Insideart. Quali sono le conseguenze per gli artisti e per il mondo dell’arte e il suo mercato per il fatto che gli NFT vengano riconosciuti come opere d’arte a tutti gli effetti?

Ribadisco: a essere riconosciuta dal mondo dell’arte è, eventualmente, una modalità di costruzione della scarsità digitale attraverso l’ancoraggio, reso possibile dagli NFT, di un artefatto alla blockchain. Un’opera di Rafael Rozendaal è sempre un’animazione, sia che venga collocata su un dominio internet e venduta attraverso il suo Art Websites Sale Agreement, sia che venga caricata come video su Sedition accompagnata da un classico certificato di autenticità, sia che venga venduta su Foundation come NFT. Quello che sta accadendo con gli NFT è che un certo tipo di collezionismo crede in essi come soluzione al problema della autenticità digitale, e che vuole persuadere altri a nutrire la stessa fiducia: questo, insieme al funzionamento al rialzo delle aste, fa si che un NFT di Rozendaal possa arrivare a costare oggi 30 volte il prezzo sul mercato primario di un suo sito. Questo per me è positivo: significa che gli artisti che lavorano con il digitale, che per decenni hanno dovuto fare i conti con un valore di mercato molto inferiore al loro valore storico e culturale, hanno l’opportunità di vedere riconosciuto il proprio valore anche dal punto di vista economico. Su questo fronte sono pragmatico: se da un lato penso che al mondo dell’arte potevano bastare i sistemi di costruzione della scarsità che ha sviluppato nel corso del Novecento per riconoscere l’arte digitale, dall’altro ritengo che se una soluzione tecnologica genera maggiore fiducia sarebbe stupido non perseguirla.

D’altra parte, ritengo decisivo che il mondo dell’arte affronti il fenomeno NFT ricostruendo le barriere che questo ha, per un momento, abbattuto. Come ha scritto la piattaforma SuperRare in una newsletter, gli NFT non sono una rivoluzione artistica: sono un mezzo finanziario che genera scarsità digitale verificabile, applicabile tanto all’arte quanto alla virtual estate quanto a ogni tipo di collezionabile. I beni digitali associati a un NFT possono essere arte, ma non tutti lo sono. L<a questione è: chi decide cosa è arte e cosa non lo è? Personalmente, mi sento tanto alieno alle logiche elitarie e alle dinamiche speculative di un certo mondo dell’arte, quanto alla forza bruta del denaro messa in campo dai cripto-collezionisti. Tuttavia, credo che le promesse di libertà e di autonomia dell’artista sbandierate dai marketplace di NFT siano specchietti per le allodole, e che un recupero virtuoso del ruolo di mediazione di gallerie e istituzioni, e della capacità di legittimazione di critica e curatela, sia assolutamente necessario.

Insideart. Alla base della blockchain c’è la garanzia di un’attestazione di autenticità finora particolarmente complessa da certificare per le opere digitali. Davvero la tokenizzazione ci mette al riparo dai falsi e dalle truffe? Si sente già parlare infatti di furti di account e di opere da parte di hacker.

Qui è opportuno fare delle distinzioni. La blockchain è sicura: come abbiamo detto all’inizio è praticamente impossibile, o assurdamente oneroso, falsificare una transazione sulla blockchain, e la registrazione di un NFT è a tutti gli effetti una transazione. Ma, senza addentrarci troppo in dettagli tecnici, l’infrastruttura allestita per rendere la registrazione degli NFT accessibile e user friendly è tutt’altro che a prova di frode. Prendiamo l’aspetto più semplice. Se alcune piattaforme gestiscono l’ingresso di nuovi creatori attraverso una sorta di controllo sociale (in alcune si entra su invito, in altre tramite auto-candidatura), molte altre sono aperte a chiunque. A entrambe queste categorie di marketplace si accede attraverso un crypto wallet, e di solito ti viene chiesto di verificare la tua identità collegandola a un account social attivo. Non c’è nessun sistema che garantisca l’associazione di un crypto wallet a una specifica identità anagrafica, e nulla che impedisca a chiunque di caricare qualsiasi cosa. Gli smart contract che regolano l’uso dell’NFT sono spesso molto semplici, e incorporano pochissime informazioni sull’opera e il suo autore; raramente includono il numero del wallet che li ha registrati, la cosa più prossima che possiamo trovare sulla blockchain a una “identità digitale”.

Poi c’è la questione dell’associazione dell’artefatto con l’NFT. Di norma, l’NFT include un riferimento all’hash (un codice identificativo unico) di un file di metadati che contiene a sua volta un riferimento all’hash del nostro file. Da uno stesso file si può generare sempre e solo un unico hash, ma basta una piccola, impercettibile modifica al primo per generare un hash diverso apparentemente associato a una stessa opera. E infine ci sono pratiche hacker più sofisticate, come lo sleep minting, che un hacker francese ha usato per registrare (mint) NFT usando i wallet di altri artisti, a loro insaputa (con il primo colpo da maestro ha registrato un’altra Everydays usando il wallet di Beeple). Significativamente, Monsieur Personne nelle sue dichiarazioni si presenta come un hacker “buono” che ama gli NFT ma è critico relativamente alla loro attuale implementazione.

Insideart. Sul piano concettuale, riproducibilità tecnica e caduta dell’aura non sono di certo argomenti nuovi in storia dell’arte. Anzi, in un certo senso gli NFT sembrano ricalcare antiche pratiche sotto nuove vesti. Ritieni si stia assistendo a un ulteriore scarto tra l’originale e la sua copia grazie a queste nuove forme d’arte oppure gli NFT e l’uso della blockchain in arte rappresentano una possibilità mancata per immaginare altre vie inesplorate?

Una cosa molto interessante che vedo accadere con gli NFT è che si sta perdendo il legame originario tra l’autenticità e l’atto creativo, e quello tra autenticità e qualità dell’immagine o dell’artefatto, che il mondo dell’arte era riuscito a mantenere con i media riproducibili, fino al digitale. La vendita di un video o una fotografia prevede spesso la consegna di una copia di alta qualità degli stessi, talvolta accompagnata dal master (il negativo, il file di lavoro) dell’opera stessa per la sua riproduzione futura senza perdita di qualità. Viceversa, le versioni che circolano liberamente, per distinguersi dall’opera collezionabile sono solitamente in bassa qualità, talvolta con un watermark per impedirne l’utilizzo illecito.

Queste pratiche, quando c’è di mezzo il mondo dell’arte, stanno penetrando ovviamente anche il mondo degli NFT, con cui non sono affatto incompatibili. Ma la maggior parte delle opere vendute attraverso le piattaforme NFT vengono cedute in una versione di qualità medio bassa, adeguata ai suoi utilizzi (la visione da schermo, la presentazione in un metaverso) ma senza eccedere in risoluzione. Alcuni artefatti, come i celeberrimi Cryptopunk, sono volutamente e orgogliosamente “low res”. È il trionfo di mercato di quella che Hito Steyerl chiamava l’immagine povera, in un contesto in cui l’immagine è, in fondo, solo l’etichetta appiccicata sull’NFT, l’unica cosa veramente unica, l’unica dotata di valore.

In tutto ciò non vedo alcuna occasione mancata. Certo, tutto questo parlare di valore digitale genera un po’ di nostalgia per l’atmosfera che si respirava ai tempi della prima net art, quando i contenuti rivendicavano la propria gratuità e libertà. Però dobbiamo anche ammettere che questa libertà non era più realtà da molto tempo, e che a fronte della commercializzazione e dell’estrazione dei dati da parte delle piattaforme del Web 2.0, le prospettive di regolamentazione della proprietà digitale aperte da blockchain e NFT non sono poi così inquietanti. Meglio approfittare di un servizio gratuito lasciando che ogni nostra traccia venga capitalizzata da chi ce lo fornisce, o beneficiare direttamente della circolazione di ciò che immettiamo in rete?

Insideart. Che gusto c’è nel pagare milioni di dollari per un Non Fungible Token? Quali sono i diritti e gli obblighi di chi li acquista? Chi è il collezionista di NFT?

Pochi NFT valgono effettivamente milioni di dollari. Come ho spiegato prima, spesso il valore che raggiungono è il risultato di una specifica agenda, della volontà di dimostrare qualcosa. Alcune vendite spettacolari, come quella del ritratto di Snowden che ho messo sulla copertina di Surfing con Satoshi, sono vendite benefit, che vanno a supportare cause o associazioni, dimostrando la matrice ideologica del collezionismo NFT o l’efficacia delle DAO (Decentralized Autonomous Organization), una peculiare forma di smart contract che regola l’attività di un’organizzazione decentralizzata, spesso allestita in poche ore attraverso frenetici scambi sui social. Poi c’è da dire che si fa sempre un errore a dichiarare questi prezzi in dollari o euro: nella stragrande maggioranza dei casi, sono acquisti fatti in Ether, da parte di persone che li hanno comprati o guadagnati quando verosimilmente valevano 10 o 1000 volte di meno del loro valore attuale (un valore spesso ancora molto fluttuante, anche da un giorno all’altro).

Come si può facilmente immaginare, la demografia dei collezionisti di NFT è altrettanto complessa e articolata di qualunque altra categoria di collezionisti. Di base, sono persone che dispongono di criptovalute e le sanno usare. Credono che le criptovalute sostituiranno il denaro e cambieranno il mondo, per cui di solito non convertono in valuta nazionale quello che guadagnano. La loro ricchezza è poco appariscente perché raramente convertibile in beni reali. L’acquisto di NFT soddisfa questo bisogno primario di rendere la propria ricchezza visibile: non a caso, spesso gli acquisti vengono sbandierati sui social, o tradotti in gallerie e musei privati nei metaversi, mondi virtuali fondati sulla blockchain. L’NFT rende la criptoricchezza visibile ma resta al contempo un cripto-investimento, ancorato al loro wallet e rivendibile in ogni momento. Spesso impazziscono per lavori che contengono riferimenti all’iconografia della blockchain, o che usano in maniera raffinata e inedita gli smart contract. Per lo più non hanno un background artistico ma hanno grande familiarità con i videogame, i social network, l’internet culture, e questo influenza i loro gusti e le loro scelte estetiche e formali. Sono spesso genuinamente convinti di poter cambiare il mondo, il che spiega perché a fianco di numerosi speculatori puri troviamo figure che investono su vendite benefit, su minoranze etniche e culturali, artisti residenti in paesi in via di sviluppo, artiste donne.

Insideart. C’è vita per la blockchain in campo artistico al di fuori della crypto art?

Gli artisti studiano, raccontano, criticano la blockchain e sperimentano con essa da molto prima che comparissero gli NFT. Ma a parte questo, per quanto grande ci possa sembrare il fenomeno NFT, è solo una piccola parte di un cambiamento infrastrutturale in corso, e di una guerra senza esclusione di colpi che oppone i colossi del Web 2.0 alle strutture decentralizzate e protette da crittografia del cosiddetto Web 3.0. Impossibile prevederne l’esito, ma se le blockchain diventassero, come promettono di fare, il sostrato invisibile del Web del futuro, allora la vostra domanda andrebbe riformulata così: c’è vita per l’arte nel Web del futuro? E si, sono pronto a scommettere che c’è.